Convegno “L’Adozione dopo l’Adozione” – Esperienze e prospettive

 

Vi chiederei gentilmente un po’ di pazienza perché vorrei ripercorrere in questa sede la strada che mi ha portato a lavorare con le famiglie adottive e a formulare alcune considerazioni che cercherò di motivare e condividere con voi. Vi propongo dunque un percorso che sperò risulti utile allo scopo che mi sono prefisso e cioè analizzare nel dettaglio alcune dinamiche di rapporto del mondo dell’adozione.

Io sono Claudio Gasparri, psicologo e psicoterapeuta, e ho avuto l’occasione di lavorare per diversi anni con il mondo dell’adozione da differenti prospettive.

Ho iniziato ad occuparmene lavorando nelle case famiglia per minori, dove venivano portati ragazzi adottati e letteralmente “lasciati li” a seguito di anni di conflittualità familiare. Inizialmente come operatore e successivamente come responsabile di queste comunità, mi ritrovai ad interagirci con la mia solita fiducia e l’ostinata voglia di provare a risolvere problemi. Questi ragazzi però, risultavano per certi versi più “difficili”, nonostante anche gli altri utenti fossero comunque stati inseriti nella comunità per problemi familiari piuttosto importanti. Però i ragazzi adottati mostravano spesso atteggiamenti particolari: nonostante apparissero più educati, gentili e rispettosi degli altri che provenivano da famiglie violente e con un bassissimo livello socio-culturale, i progetti dei ragazzi adottati spesso non andavano a buon fine, faticavamo molto ad aiutarli e a volte hanno avuto esitideludenti.

Questi ragazzi entravano facilmente in relazione con gli altri, però era come se ci fosse una parte di loro costantemente sfuggente, si aveva la sensazione di non entrarci mai veramente e profondamente in contatto e spesso emergeva una componente distruttiva non facile da comprendere. Raccontavano di violenti litigi con i genitori adottivi e anni di incomprensioni, nonostante si dicessero molto legati alla famiglia adottiva. Si osservava inoltre un’altra particolarità per nulla scontata: accadeva sistematicamente che i genitori, dopo l’inserimento in comunità e dopo essersi assicurati che avessero le dovute cure e attenzioni, piuttosto rapidamente iniziassero a diluire i tempi delle visite fino a scomparire del tutto (più volte la mia segnalazione alla Procura dei minori di ragazzi che avevano ricevuto due o tre giorni di visita in un anno, ha fatto scattare la denuncia per abbandono diminore).

Questa situazione iniziò ad incuriosirmi in maniera particolare, professionalmente e personalmente. Perché era così difficile riuscire ad aiutare questi ragazzi? Eppure progettavamo e realizzavamo interventi efficaci in situazioni apparentemente più “disastrate” (passatemi il termine). Come potevano ragazzi così ben educati, provenienti da famiglie benestanti e con una cultura e una rete sociale significative essere così tanto arrabbiati, provocatori e distruttivi? Era sufficiente tenere a mente l’abbandono subito da infanti e gli orfanotrofi per spiegare tutta la difficoltà della situazione? Ingenuamente facevo una considerazione per certi versi banale: erano stati fortunati (nella tragedia che li aveva colpiti) e avrebbero dovuto essere grati e riconoscenti della buona sorte che li aveva strappati ad un destino di miseria e stenti, per portarli in situazioni più agiate e in famiglie che li desideravano così tanto. Non comprendevo fino in fondo la loro rabbia e il loro disagio. Inoltre non concepivo l’atteggiamento dei genitori che si distaccavano così rapidamente senza tentare di ricucire certi legami e di far rientrare i figli in famiglia. La sensazione invece che traspariva era del tipo “ah, finalmente ce ne siamo liberati!”

Erano, i genitori, fermamente convinti che l’elemento problematico della famiglia fosse il figlio e che coinvolgere loro in un lavoro terapeutico sarebbe stata solo una perdita di tempo. Ma, mi domandavo, anche se fossero stati veramente solo i ragazzi ad essere il problema, come potevano questi genitori non credere ad un intervento che coinvolgesse tutta la famiglia? Come si poteva pensare di allontanare, abbandonare forse è meglio dire, un ragazzo che per anni si è cercato di far sentire a casa e in famiglia? Sembrava che venisse restituito alle istituzioni un progetto sbagliato. Questo mi sembrò già allora un elemento significativo, ma ci torneremo in seguito.

Anni dopo ho avuto l’opportunità di lavorare con un gruppo di genitori adottivi presso l’Associazione Sviluppo e Relazione di Bracciano integrando così la mia esperienza con i ragazzi di casa famiglia, con i racconti e le fantasie portate dai genitori. Mi resi subito conto che la casa famiglia, nell’immaginario collettivo di queste famiglie, rappresentava proprio l’ultima spiaggia, lo spauracchio del fallimento e della resa; alcuni di loro scherzando, ma non troppo, ammettevano di aver pensato all’idea di portarci i figli che non sopportavano più o di averla usata come minaccia (come una volta si usava il collegio). Presso l’associazione abbiamo così iniziato a confrontare le esperienze e a fare riflessioni tra colleghi, formulando delle ipotesi che ci potessero aiutare a capire meglio il fenomeno dell’adozione, a partire da alcune specificità e peculiarità che sembravano caratterizzarlo.

Proverò ora a ripercorrere brevemente alcune di queste considerazioni.

I genitori adottivi sono stati un marito e una moglie che hanno desiderato di procreare un figlio. Purtroppo però si sono dovuti confrontare con una qualche forma di impedimento che gli ha negato questa possibilità e che, stando di fronte all’impossibilità di realizzarla, ha iniziato a diventare sempre più importante, quasi necessaria. Il desiderio di un figlio, se negato, diviene un bisogno, un tormento. Alcune donne, ricordando quel periodo, ci dicevano di vedere culle e bambini dappertutto, fino a non poter più frequentare certi luoghi, come i parchi giochi o lescuole.

Perché il desiderio diventa ossessione? Perché queste coppie si devono confrontare con un lutto,  con la morte di un progetto di vita, e questa assenza potrebbe distruggere la coppia stessa. È il bisogno che la coppia non si esaurisca nella sterile dualità, è la profonda necessità di generare un futuro. A questo punto, come si può immaginare, il rischio che la coppia vada in crisi è altissimo.

L’adozione sembra rappresentare allora la soluzione, “la cura” come dice il mio collega D’Amore. Sulla carta sembra tutto perfetto: la coppia può ottenere un figlio e contemporaneamente possono aiutare un bambino sfortunato. La motivazione è altissima e solo tenendo a mente questa si può comprendere il lungo percorso di valutazioni e le spese ingenti che queste persone sono disposte a sostenere. Ma non solo. Vengono alla mente anche le condizioni di certi orfanotrofi, i lunghi soggiorni in luoghi afflitti dalla miseria, le forti emozioni che accompagnano inevitabilmente alcuni passaggi di questo tormentato percorso.

Dall’altra parte di questa storia ci sono i bambini dichiarati adottabili.

È probabilmente superfluo in questa sede rimarcare le condizioni di vita a cui spesso sono stati sottoposti e le esperienze che hanno dovuto sostenere; è forse sufficiente ricordare come molti genitori adottivi assoceranno anni dopo alcuni di questi luoghi ai lager tedeschi.

Ma, psicologicamente parlando, c’è di peggio. Questi bambini sono stati infatti traditi in qualche modo da quelle figure che avrebbero dovuto proteggerli e sostenerli. Ciò che accade nella psiche di un neonato o di un bambino che vive l’abbandono della madre è complesso da definire, ma possiamo immaginare l’enorme lutto a cui deve far fronte in una qualche maniera. È in questo momento che si strutturano e si cronicizzano alcune forme di difese che in futuro appariranno intoccabili. Come potranno d’altronde questi ragazzi riuscire a fidarsi intimamente delle relazioni? Come potranno a-ffidarsi nuovamente a qualcuno?

Questo è il terreno in cui si innesta l’adozione. Per chi lavora in questo ambito probabilmente non sto dicendo nulla di nuovo. Però credo sia utile ripercorrere queste condizioni per comprendere certe premesse che orientano e per certi versi organizzano le dinamiche di rapportofuture.

Ovviamente non tutte queste condizioni sono presenti in tutte le storie di adozione. Non sono qui interessato a stilare un censimento statistico delle adozioni fallite, ne tantomeno voglio individuare le cause deterministiche di certi fenomeni. L’intento è quello di ripercorrere vissuti, memorie e associazioni mentali cercando di capire come queste possono condizionare i rapporti nelle famiglie adottive.

Giungiamo così al momento dell’incontro, o come si suol dire in questo ambito “dell’abbinamento”, che è vissuto come l’anno zero. L’anno di nascita della nuova famiglia, da qui comincia la nuova storia. Almeno per i genitori.

Perché da qui si riparte: due sconosciuti diventano improvvisamente mamma e papà, una casa piena di confort e attenzioni diventa la SUA casa. Il cognome cambia e, a volte, anche il nome. Ilbambino è immediatamente consapevole che i due adulti che lo hanno adottato vogliono amarlo, che le condizioni di vita che gli offrono sono imparagonabili rispetto a quelle a cui è abituato. Quindi, anche se probabilmente si è lasciato alle spalle rapporti significativi per lui, accade spesso che questi ragazzi si adattino perfettamente alla nuova vita proposta loro. Alcuni addetti del settore chiamano questa fase, della “luna di miele”: tutto sembra perfetto perché il bambino si organizza per soddisfare a pieno le fantasie da “famiglia normale” di cui i genitori hanno bisogno e allo stesso tempo gode di una serenità e di una serie di attenzioni e cure neppure immaginabili prima.

Questo processo ha però in se delle deformazioni della realtà che presto verranno a chiedere il conto, vediamone alcune: intanto si fa come se due sconosciuti possano diventare mamma e papà da un momento all’altro, dimenticando ad esempio che il bambino una mamma e un papà ce li ha già o ce li ha avuti; e che, per quanto problematici possano essere stati, rimangono comunque le due essenze che lo hanno generato: c’è un legame indissolubile che viene troppo facilmente trascurato. Lo stesso accade con la terra d’origine, con le tradizioni culinarie, con lo stile educativo, ma anche con l’orfanotrofio stesso, dove per sopravvivere si costituiscono sovente legami intensi, con altri ragazzi, con una suora, unatutrice.

Accade dunque che questa nuova realtà inizialmente soddisfi appieno entrambe le parti, ma che allo stesso tempo nasconda alcune questioni fondamentali legate all’identità dei ragazzi adottati, ad un prima e ad un dopo. Questioni che quasi mai riescono ad essere integrate perché si trasformano in dimensioni minacciose per la nuova identità familiare. L’origine del bambino, i genitori biologici, ma anche le difficoltà affrontate dalla coppia prima dell’adozione, pian piano divengono implicitamente dei tabù: argomenti che solo a nominarli fanno tremare l’impalcatura della nuova famiglia. Ricordo a questo proposito un episodio in un gruppo di genitori adottivi dove si disse che un ragazzo era riuscito, tramite facebook, a mettersi in contatto con la madre biologica “sconosciuta” e che stava organizzando un viaggio per andare ad incontrarla. L’onda emotiva che attraversò il gruppo parlava di paura, forse terrore. Non solo per ciò che poteva succedere alla famiglia in questione, ma soprattutto per la presa di coscienza della potenzialità dello strumento informatico in grado di azzerare distanze finora ritenute salvifiche. Perché non c’era gioia e comprensione per un ragazzo a cui si vuole bene e che riesce finalmente a ricucire una storia, a ricontattare una madre? Perché la paura che questo potesse distruggere la famiglia era molto piùforte.

Allora ecco cosa accade quasi sempre nelle famiglie adottive: ogni crisi dei ragazzi produce disequilibri nella fragile identità genitoriale che si sente subito minacciata. Alla disponibilità dei ragazzi di fare i figli è legata l’identità dei genitori e della famiglia adottiva.

Si genera una condizione paradossale: ai ragazzi viene chiesto di “fare i figli” cioè di confermare costantemente l’appartenenza incondizionata alla nuova famiglia e di riconoscere pienamente  la paternità e la maternità, ma ciò comporta per loro negare la loro stessa identità, la loro storia, il senso del loro esistere per sostituirlo con una distorsione dellarealtà.

Viene alla mente, a conferma di quanto dico, come nel gruppo scoprivamo che i ragazzi adottati parlavano tranquillamente della loro storia, dei ricordi precedenti all’adozione e del dolore legato a quella esperienza, con compagni di scuola, allenatori, catechisti, con tutti tranne che con i genitori. Genitori che però si dichiaravano assolutamente tranquilli e disposti a trattare l’argomento, ma che non era quello che trasmettevano inconsciamente: tremavano di fronte alla musica russa ascoltata in camera o alle pubblicità del Brasile in occasione dei mondiali, insomma a tutto ciò che potesse ricordare affetti ed emozioni legate al prima dell’annozero.

Questa situazione genera incomprensioni e crisi dolorose che esitano in conflitti anche molto violenti; ma in gioco ci sono aspetti profondi, vitali si potrebbe dire.

Riassumendo quanto detto finora potremmo recuperare alcuni elementi critici che rendono i progetti adottivi “ad alto rischio di fallimento”: il trauma abbandonico vissuto dai bambini, il lutto dei genitori per i figli mai nati, l’adattamento forzato ad una nuova realtà che si vuole normalizzare quanto prima negando così una verità più profonda e più complessa.

Tutto questo sembrerebbe spiegare le difficoltà legate all’adozione. Si potrebbe pensare che avendo chiare queste premesse si sappia come e dove intervenire, per aiutare queste famiglie. Ma è proprio questo il punto che vorrei evidenziare: questo lungo preludio mi è servito per dire che anche chi lavora con l’adozione corre un rischio importante. Conoscere queste premesse problematiche nella costituzione di una famiglia adottiva, può far correre il rischio di spiegare le difficoltà che queste famiglie vivono con un’equazione lineare: se il bambino ha comportamenti aggressivi è perché è adottato, sarà colpa dell’abbandono o degli orfanotrofi. Se i genitori adottivi risultano freddi e distaccati è perché i figli non sono i loro e negano questa verità.

A dire il vero difficilmente saranno i genitori ed essere messi sotto accusa; accade assai più frequentemente che le criticità di queste famiglie vengano alla luce attraverso i comportamenti devianti dei figli.

Anche perché la coppia in passato è stata sottoposta a molte valutazioni diagnostiche ed è risultata idonea, quindi, in quest’ottica, i non idonei non possono che essere i figli.

Di fronte al ragazzo adottivo che accoltella la madre facilmente si può ricondurre la violenza dell’accaduto all’evidenza dell’adozione: è una famiglia adottiva, cos’altro c’è da aggiungere?

Stabilire però un nesso causale tra comportamento deviante e storia di adozione è un’operazione violenta. L’attribuzione diagnostica impedisce una lettura che dia un senso relazionale al comportamento stesso, nega la dimensione simbolica di quanto accade, nega l’incontro di quelle specifiche storie. In altri termini, non consente di fare ipotesi sul perché il ragazzo si comporti così proprio in quel momento e in rapporto alle relazioni che sta vivendo. Tutto viene messo a carico del ragazzo e del suo essereadottato.

Questo modo di procedere è in linea peraltro con una tendenza generale che individua nelle caratteristiche o nella storia del singolo le cause del problema. A tal proposito si possono vedere l’aumento esponenziale delle valutazioni sui bambini in età scolare, che ha prodotto un esercito di dsa, dop, adhd, e perfino di dc (disturbo della condotta). Il comportamento fuori dalla norma, in altre parole, non viene letto all’interno della relazione in cui si manifesta, ma viene spesso messo a carico dell’individuo che lo produce. Se il bambino non è attento in classe non ci si domanda se la lezione è noiosa o se i genitori litigano a casa per cui a lui della lezione non gliene frega nulla, è affetto da DSA (Disturbo Specifico dell’Attenzione). Questa è ovviamente una provocazione e forse una banalizzazione, ma può esserci utile per osservare una tendenza culturale. Però vi assicuro che se avessi allontanato dalla casa famiglia tutti i ragazzi che ci giungevano preceduti da una diagnosi di disturbo borderline, quindi sulla carta più adatti a comunità terapeutiche, avrei lavorato con la metà dei ragazzi che invece abbiamoaiutato.

L’essere adottato può divenire alla stessa maniera una diagnosi, un fatto che di per sé spiega e giustifica le criticità che si vivono nel rapporto.

Così facendo però si perdono di vista due elementi fondamentali: l’elaborazione interna che ciascuno di noi fa delle esperienze vissute e la relazione entro cui certi comportamenti avvengono.

Il bambino abbandonato vive un trauma e questo è verissimo, innegabile. Ma come lui ha elaborato al suo interno questo evento e come questo produrrà effetti nelle sue relazioni future, può essere solo esplorato e compreso attraverso una lettura contestuale di ciò che accade. Per capire perché il ragazzo ha accoltellato la madre sarà necessario uno sforzo analitico per comprendere come l’adozione è stata trattata all’interno di quel sistema familiare, come è stata simbolizzata emozionalmente dal ragazzo e dai genitori e quindi quali dinamiche di rapporto si sono innescate a partire da questi vissuti. Solo così si possono tenere a mente le caratteristiche che l’adozione propone con le uniche specificità della relazione inoggetto.

Mentre la domanda che viene rivolta agli psicologi che operano nel settore è sempre di natura ortopedica: “addrizzare” i figli perché sono problematici, perché sono adottati. E l’estraneità genetica favorisce questo processo di de-responsabilizzazione. Ma i comportamenti, come tutti i sintomi, hanno un altissimo valore relazionale. Non colludere con la diagnosi permettere di vedere l’altro e la relazione.

Quello che inoltre non si dice mai è l’effetto che la diagnosi ha sul bambino e sulla famiglia, facendoli precipitare nel disturbo. Da lì in poi non si trattano più problemi, ma malati.

Quindi in conclusione direi che nonostante le profonde conoscenze che si possono avere sulle dinamiche e sulle problematicità di questo ambito, bisogna fare dell’adozione un processo analizzabile e parlabile per evitare che la diagnosi “famiglia adottiva” produca distorsioni della realtà anche in chi è interessato ad intervenirci.

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