Breve storia della psicoterapia in Italia. Linee di sviluppo dal secondo dopoguerra alla metà degli anni ’70.

INDICE

Introduzione 

1. Primo periodo

Dalla fine della seconda guerra mondiale fino alla metà degli anni sessanta.

2. Secondo periodo 

Dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’70.

2.1. Il boom dell’editoria specializzata sulla psicoterapia. 

2.2. La diffusione della Terapia del Comportamento. 

2.3. La Terapia Familiare 

2.4. La diffusione delle tecniche e delle psicoterapie di gruppo. 

2.5. La istituzione dei due primi Corsi di Laurea in Psicologia. 

3. Conclusioni

Introduzione

Da quando un giovane medico e poeta olandese, Frederick van Eeden, utilizzò per primo, nel 1889, la parola psicoterapia, definendola come “la guarigione del corpo mediante la mente, coadiuvata dall’impulso di una mente sull’altra”, il termine psicoterapia cominciò ad essere usato per indicare tutti i metodi di cura che utilizzavano interventi psichici.

Così intesa la psicoterapia ha avuto un grande sviluppo e una grande diffusione che a partire dalla fine dell’800 si sono protratti fino ai nostri giorni facendo diventare la parola “Psicoterapia” un termine dal significato immediato, chiaro e comprensibile a tutti.

Nonostante ciò appena si passa alla fase definitoria del vocabolo stesso la sua chiarezza e comprensibilità sembrano venir meno. Il concetto di psicoterapia risulta, pertanto, da un lato unanimemente accettato come significativo, ma, dall’altro indeterminato sul piano teorico (Melega et altri, 1986).

Nel “Dictionary of psychotherapy” di Walrond-Skinner alla voce psicoterapia si legge, infatti, che << the task of defining psychotherapy is extraordinarily complex. Definitions abounds, ranging from the extremely narrow(…), to the extremely inclusive (…)>> (Sue Walrond-Skinner 1986). Del resto l’autore aveva scritto nella prefazione dello stesso dizionario: << I considered calling the book a Dictionary of the Psychotherapy in the hope of bypassing the many wrangles about what does and what does not constitute psychotherapy>> affermazione questa quanto mai rivelatrice delle reali difficoltà di trovare “una” definizione di psicoterapia che trovi “gli addetti ai lavori”concordi.

Cosi qualche autore sostiene che psicoterapia << is an umbrella term >> visto che dall’esame della letteratura in materia è possibile produrre una lista di almeno 350 sistemi e tecniche psicoterapeutiche (Herink R, 1980).

In Italia la psicoterapia ha avuto, sin dai primi del novecento, una certa diffusione, anche se è dopo la seconda guerra mondiale che, a livello nazionale, comincerà una vera e propria diffusione della psicoterapia.

L’obbiettivo del presente lavoro è proprio quello di tracciare le linee di sviluppo che la psicoterapia ha seguito in Italia dal secondo dopoguerra alla metà degli anni 70’.

Ad un primo livello di studio sembrano potersi individuare almeno due periodi principali in cui si articola lo sviluppo della psicoterapia:

  • un primo periodo che va dagli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale fino alla metà degli anni sessanta nel quale in Italia si assiste alla costituzione delle scuole “classiche” di psicoterapia e al loro progressivo sviluppo e incremento, nel 1947 viene fondata la SPI (Società Psicoanalitica Italiana); nel 1960 viene fondata l’AIPA (Associazione Italiana di Psicologia Analitica. Nel 1966 viene fondata la CIPA( Centro Italiano di Psicologia
  • un secondo periodo è costituito dal decennio che va dalla metà degli anni sessanta alla metà degli anni settanta e nel quale si assiste in Italia alla assimilazione “culturale” della psicoterapia e con ciò anche la diffusione di diversi modelli psicoterapeutici soprattutto di matrice statunitense, che non fanno più riferimento a quello classico psicoanalitico. Si assiste ad un bum editoriale di testi che riguardano la psicoterapia, a volte, inseriti in collane prestigiose e di un certo rilievo scientifico a volte seguendo la pura legge del mercato che registra in quel periodo un aumento della domanda. A livello di “tecniche” e “modelli” si diffonde, nel campo individuale, la terapia del comportamento e cominciano a svilupparsi le esperienze di terapia della famiglia ( Mara Selvini Palazzoli a Milano nel 1967 fonda il Centro per lo Studio della Famiglia) e soprattutto le psicoterapie di gruppo (nell’aprile del 1964 viene organizzato a como il II Congresso Nazionale di Psicoterapia di Gruppo).

Poichè non esiste una unica definizione di psicoterapia, si capisce bene che,

quando si tratta di lavorare in senso “storico”,, la questione della definizione non è un elemento secondario e né, tanto meno, una esercitazione erudita poiché la scelta di questa o quell’altra definizione potrebbe comportare una ricerca limitata solo a ciò che viene considerato psicoterapia da una determinata teoria o viceversa andare oltre i confini naturali del campo, chiamando psicoterapia ciò che psicoterapia nonè.

Pertanto ci preme affermare, che il criterio qui seguito (ovviamente riconoscendone tutti i limiti) per tracciare i lineamenti della storia della psicoterapia in Italia è stato quello di riportare quanto trovato in “riviste, libri, giornali, documenti e interviste” che si rifaccia alla evoluzione nel nostro paese della psicoterapia così come questa viene riportata dagli autori, dai personaggi e dai protagonisti stessi di questa storia. Si potrebbe definire questo come il “criterio dell’autodefinizione”, in quanto viene ritenuto inerente alla psicoterapia tutto ciò che come tale viene presentato.

Un altro criterio è stato di grande utilità nell’ordinare il materiale raccolto: quello cronologico.

 

1. Primo periodo

Dalla fine della seconda guerra mondiale fino alla metà degli anni sessanta. 

Il periodo successivo alla seconda guerra mondiale e tutti gli anni 50’ sono dominati dalla egemonia della psicoanalisi che vede il suo ri-costituirsi, dopo gli anni bui della guerra, e il suo lento ma continuo sviluppo. Secondo Servadio la Società Psicoanalitica Italiana (S.P.I.) risulta fondata sulla carta nel 1925 da M. Levi Bianchini ma sarebbe “perfettamente” corretto datare la vera origine della S.P.I. al 1932 anno in cui essa fu costituita ex novo da Edoardo Weiss e da alcuni suoi collaboratori e allievi (Servadio1965). Le attività della società andarono avanti fino ai primi del 1939 per il sopraggiungere della guerra. Da questo momento in poi e fino a tutto il 1945 in Italia non si parlò praticamente più di psicoanalisi.

Nel 1945 J. Flescher, un medico polacco, da avvio alla ripresa della psicoanalisi scrivendo articoli e svolgendo “una notevole attività psichiatrico- psicoanalitica”. Nell’ottobre del 1946 venne Organizzato a Roma il I Congresso Italiano di Psicoanalisi che ebbe una notevole risonanza anche a livello internazionale.

Nel 1947 veniva ufficialmente ricostituita la Società Psicoanalitica Italiana il cui primo presidente fu N. Perrotti.

Intanto nel 45 viene fondata anche la rivista <<Psicoanalisi>> che avrà vita per soli due anni e che sarà seguita nel 1948 dalla rivista <<Psiche>> che durò fino al 51. La <<Rivista di Psicoanalisi>> veniva pubblicata nel 1955 diventando l’organo ufficiale della Società PsicoanaliticaItaliana.

Un secondo Congresso Italiano di Psicoanalisi si tenne sempre a Roma nell’ottobre del 1950.

Dal gruppetto iniziale di 7 analisti che ricostituirono la S.P.I. nel 47 (David 1970), si passa alla fine del 1964 a 27 membri e ad altrettanti associati. Da un punto di vista istituzionale vi sono a Roma due raggruppamenti, uno fa capo all’<<Istituto di Psicoanalisi di Roma>> fondato nel 1952 da N. Perrotti e l’altro è il << Centro Psicoanalitico di Roma>> creato da E. Servadio. Entrambi i centri funzionano come istituti di training così come << l’Istituto Milanese di Psicoanalisi>> che si trova appunto a Milano.

Intanto si assiste anche alla diffusione della psicoterapia di tipo junghiano1. ad opera di Ernst Bernhard, un medico berlinese, che dal 1936 si era trasferito in Italia dove resterà fino alla sua morte avvenuta nel 1965.

Bernhard era stato in analisi con Otto Fenichel e Sandor Radò due esponenti di spicco del movimento psicoanalitico internazionale e prima di trasferirsi in Italia fu anche a Zurigo dove si incontrò con Jung con il quale sembra non fosse riuscito ad instaurare dei buoni rapporti. Nonostante ciò egli dopo la seconda guerra mondiale crea attorno a sé un gruppo di allievi, medici e non medici, che sotto il suo diretto controllo e quello della moglie Dora, praticavano terapie analitiche ad indirizzo junghiano.

All’epoca del 1° Congresso Internazionale di Psicologia Analitica, tenutosi a Zurigo nel 1958, gli junghiani italiani erano già un piccolo gruppetto e “condotto”, da Bernhard partecipò al congresso svizzero. Questo stesso gruppo darà vita da li a pochi anni alla prima associazione di psicoterapeuti junghiani in Italia. Infatti nel 1961 viene fondata la Associazione Italiana di Psicologia Analitica (A.I.P.A.) di cui fanno parte i coniugi Bernhard, Mirella Bonetti, Giuseppe Donadio, Enzo Lezzi, Mario Moreno, Gianfranco Tedeschi, Francesco Montanari (Carotenuto 1977). Nel 1966 in seguito alla morte di Bernhard, che era una figura carismatica, un gruppo dei fondatori dell’A.I.P.A. costituì una nuova società: il Centro Italiano di Psicologia Analitica C.I.P.A. (Trasforini, 1991).

Alla fine degli anni sessanta gli junghiani italiani erano ormai “lievitati” cosi da più parti si sentì la necessità di “uscire allo scoperto” anche per combatte i continui fraintendimenti cui la psicologia analitica andava soggetta. Da un “nuovo sodalizio” sorto, all’interno dell’AIPA, tra Paolo Aite, Aldo Carotenuto, Antonio Lo Cascio, Marcello Pignatelli, Silvia Rosselli, nacque l’idea che lo strumento migliore per raggiungere tali obbiettivi fosse la fondazione di una rivista che avesse delle pubblicazione regolari. Naque così la “Rivista di psicologia analitica” il cui primo numero usci nel marzo del 1970.

Per avere un indice dello sviluppo della psicoterapia junghiana italiana si può citare il numero di appartenenti alle relative associazioni. Così si ha che negli anni 1965-66 gli junghiani erano trentadue, più quindici in addestramento, mentre si arriva al 1986 ai 160 iscritti dell’A.I.P.A. e ai 165 iscritti del C.I.P.A..

Queste due correnti psicoterapeutiche dominano la scena italiana di questo periodo anche se si hanno notizie della utilizzazione di altre forme di psicoterapia. Per esempio si parla di <<psicoterapia accelerata>> di <<narcoanalisi>> o <<sub-narcosi>> di importazione americana che si è sviluppata per affrontare le nevrosi belliche in modo rapido ed efficace e che si è estesa rapidamente presso i neuropsichiatri italiani per il suo carattere strumentale. Si ha anche una diffusione dell’inpoanalisi e dell’ipnosi accompagnata da un rapido sviluppo dell’interesse per i test proiettivi come strumenti di psicodiagnosi come il Rorschach e il TAT a conferma di ciò il 3° Congresso Internazionale Rorschach si tiene a Roma nel 1956 (David 1970, p. 232).

Agli anni 51’-52’ viene fatto anche risalire l’inizio della psicoterapia infantile come testimoniato da un intervista che racconta di una psicoterapia che si svolgeva “nel Cmpp del Centro per la protezione del fanciullo” a Roma (Grotta 1986).

Al 9° Convegno degli psicologi italiani tenuto a Roma nel novembre del 1951 nella seduta dedicata alla psicologia clinica viene riferito che nell’ambito degli Istituti di Rieducazione per Minorenni <<da circa due anni la psicoterapia di gruppo ( sia sotto forma di discussioni libere come indicato da Slavson, sia secondo il metodo drammatico di Moreno) fa parte dei sistemi psico-pedagogici in uso presso il Centro di Rieducazione “A. Gabelli “ di Roma>> ( Sensani, 1952).

In questo primo periodo, quindi, in Italia psicoterapia vuol dire soprattutto psicoanalisi. Ad esercitarla erano in prevalenza medici e psichiatri che si sottoponevano al training psicoanalitico e si può ben dire che questo stato di cose, con le dovute eccezioni, era comune al resto dell’europa e soprattutto agli Stati Uniti ( David 1970, Garfield 1981, Wolpe 1981).

L’unica voce che in quegli anni comincia a contrastare il dominio assoluto della psicoanalisi è quella di Carl Rogers che trova concretezza nelle opere Counseling and Psychotherapy del 1942 e Client-Centered Therapy del 1951. Con questi due lavori Rogers gettò le basi di un modo nuovo di intendere la psicoterapia e iniziò quella lunga serie di tentativi di “inventare” sempre metodi nuovi in psicoterapia che sembra durare fino ai giorni nostri e che già ai primissimi anni 60 faceva registrare la presenza di ben sessanta differenti metodi terapeutici, per arrivare a circa duecento agli inizi degli anni 80’(Garfield S. L., Bergin A. E. 1986; Herink R, 1980).

Nel dopoguerra, a dire il vero una nuova figura, comincia ad interessarsi di psicoterapia, stiamo parlando dello psicologo clinico. Infatti << fino alla seconda guerra mondiale gli psicologi clinici, cioè gli operatori clinici cui era riconosciuta una formazione prevalentemente psicologica, si occupavano di bambini ritardati ed emotivamente disturbati. Meno frequentemente, anche se non raramente) gli psicologi clinici si impegnavano in sedute psicoterapiche. Le psicoterapie per adulti condotte da psicologi erano, nello stesso periodo, ancora meno frequenti di quelle per bambini. Il trattamento degli adulti, infatti, era affidato esclusivamente a psichiatri, nei confronti dei quali gli psicologi clinici si ponevano come operatori sussidiari con competenze precise ma limitatamente alla somministrazione di test>> (Canestrari Cipolli 1974,. p.118).

Nel dopoguerra comunque, anche se questo è soprattutto vero per gli Stati Uniti, gli psicologi clinici disponevano ormai di un ben consolidato prestigio , di una autonomia operativa indiscussa anche nei confronti degli psichiatri e di una imponente massa di osservazioni e di dati empirici a partire dai quali si svilupparono nuovi indirizzi di psicoterapia (ibidem).

Il percorso storico – istituzionale della psicologia clinica in Italia, secondo Virgilio Lazzeroni, ha inizio con il IX Convegno degli psicologi italiani che a Roma nel 1951, a livello di tutta la comunità psicologica di allora, tratta diversi problemi ed << introduce per la prima volta quelli della psicologia clinica con relazioni di Gozzano e Canziani>> ( Lazzeroni 1972, p. 111). La relazione del prof. Gozzano, direttore della clinica neuropsichiatrica dell’Università di Roma, aveva come titolo “ I rapporti fra psicologia e psichiatria” e precisava il modo in cui la psicologia poteva essere utile allo psichiatra trovando nei test mentali il punto di incontro. Inoltre veniva auspicata la formazione anche in Italia della << figura dello psicologo-clinico, cioè dello studioso dei problemi della psicologia applicata alla clinica psichiatrica, che ha formato la sua preparazione allo stesso tempo nel laboratorio di psicologia e nella clinica o nell’ospedale psichiatrico>> (Gozzano,.1951). La relazione di Canziani verteva invece sulle tecniche proiettive ed in particolare sul TAT.

Nel 1952 si tenne a Milano un Symposium di Psicologia Clinica che registrò la partecipazione anche di numerosi studiosi stranieri. Questi eventi aprirono in Italia un ampio dibattito sulla “natura” della psicologia clinica che dobbiamo considerare, ancora ai giorni nostri, tutt’altro che concluso.

A livello istituzionale l’evento più significativo per la psicologia clinica si verifica sul finire degli anni settanta quando << alle più consapevoli proposizioni espresse dall’assemblea straordinaria di Acireale ( XVIII convegno nazionale degli psicologi italiani) fecero seguito gli incontri preparatori di Milano, Roma, Napoli, per la successiva costituzione della Divisione di Psicologia Clinica >> (Fumai 1986, p.67)2.

La nuova Divisione di Psicologia Clinica della Società Italiana di Psicologia organizzò il suo primo convegno a Firenze nel maggio del 1981. Un secondo ? Il III Congresso, dal titolo “Modelli psicologici e psicoterapia ” fu organizzato nel 1985 all’Università cattolica di Roma. Ne seguì un quarto, sempre a Roma, nel marzo del 1988 dal titolo “Malattia epsicoterapia”.

Intanto nel 1985 veniva ristrutturato il Corso di laurea in Psicologia all’interno del quale era ora previsto un ” Indirizzo di Psicologia Clinica e di Comunità” così a livello di corso di laurea la psicologia clinica aveva un percorso formativo universitario. A sottolineare l’importanza accademica che ormai aveva raggiunto la psicologia clinica nel 1987-88 nella Facoltà di Psicologia di Roma venne istituita la II Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica con all’interno due indirizzi: psicologia e psicoterapia individuale e di gruppo; psicologia dell’intervento clinico nelleistituzioni.

Nonostante tutto questo fino al 1987 la disciplina era inserita, tra i raggruppamenti concorsuali per la docenza universitaria, in quello psichiatrico. Solo di recente infatti è stata formalmente riconosciuta la matrice psicologica della psicologia clinica, creando un apposito raggruppamento in questa area .

Lo sviluppo della psicologia clinica in Italia é stato sottolineato anche da una serie di pubblicazioni, a partire da quella di Pinkus del 1975 “Metodologia clinica in psicologia”, a quella di Bosinelli del 1982 “Metodi in psicologia clinica”, quella di Carli del 1987 “Psicologia clinica”, quella di Grasso, Lombardo, Pinkus del 1988 “Psicologia clinica”, fino ad arrivare più vicino a noi cioè alla pubblicazione di Adriana Lis del 1993 “PsicologiaClinica”.

Infine nel 1982 la nascita di una rivista ” Psicologia Clinica”, dal 1987 in poi “Rivista di Psicologia Clinica”, viene a rappresentare una sede specifica per le pubblicazioni della disciplina costituendosi anche come un elemento e un contributo per lo sviluppo di un’area sufficientemente omogenea, visto che fino ad allora le pubblicazioni di argomento psicologico clinico apparivano in contesti diversi come quello psicoanalitico, psichiatrico, neurologico ecc. (Grasso, Lombardo, Pinkus1988).

Tornando agli anni 50’ e al dibattito allora incominciato sulla “natura” della psicologia clinica che dobbiamo considerare, anche ai giorni nostri, tutt’altro che concluso, senza ripercorrere qui tutte le sue tappe ci sembra che esso si possa cosi riassumere in due “tesi”contrapposte:

  1. La psicologia clinica si identifica tout cours con la psicoterapia in modo che << si delinea la tendenza a porre in primo piano il compito di aiutare gli individui in difficoltà, cosicché tra le manifestazioni psichiche delle persone diventano il principale oggetto di studio quelle che in qualche modo possono essere ritenute “anormali”, quelle che rappresentano un disturbo, un disaggio una disfunzione. Si finisce allora, da parte di alcuni, per delimitare il campo della disciplina e per pensare che i clinici hanno a che fare con disturbi del comportamento di qualsiasi natura ,gravità e durata >> quindi sembrerebbe, << secondo una concezione più ristretta, che oggetto della psicologia clinica debbano essere considerate le “malattie” della psiche >> ( Cimino 1995).
  1. Accanto a questa “concezione ristretta” si é però sviluppata storicamente una “concezione ampia ” di psicologia clinica che ha queste caratteristiche: corrisponde alla concezione che della psicologia clinica si aveva al tempo della sua fondazione cioè alla fine del secolo scorso, e alla definizione che ne diede la A.P.A. nel 1935 ( Battacchi e Codispoti Battacchi 1982);la concezione ampia non esclude ma comprende la “concezione ristretta” che viene così integrata in una dimensione professionale più ampia. Infatti secondo la “concezione ampia” la psicologia clinica può avere come oggetto tutte le manifestazioni comportamentali e psichiche di un individuo ( indipendentemente dal fatto che siano normali o patologiche) e come scopo la valutazione clinica ( o analisi della domanda) ed eventuali interventi a fini diversi. Oggetto di analisi della psicologia clinica é, in definitiva, il comportamento umano, sia individuale che di gruppo o delle organizzazioni sociali; comportamento considerato in tutti i suoi aspetti sia normali sia patologici ( Cimino1995).

Nonostante queste incertezze disciplinari si può affermare a pieno titolo  che gli psicologi clinici cominciarono nel dopoguerra ad esercitare la psicoterapia e contribuirono alla sua diffusione inItalia.

Sul finire degli anni 50’ si verificò a Milano un evento di notevole importanza per il ruolo che ebbe come “luogo propulsore” per la diffusione della psicoterapia in Italia: la costituzione del “Gruppo milanese per lo Sviluppo della Psicoterapia”. Esso fu fondato da psichiatri che avevano una formazione psicoanalitica, ne facevano parte anche alcuni junghiani, alcuni psichiatri accademici, alcuni membri della Società psicoanalitica italiana e il primo nucleo di psichiatri che più avanti avrebbero dato vita a Psichiatria Democratica ( Trasforini 1991).

Il gruppo ha svolto una intensa attività culturale. Ha curato presso vari editori, particolarmente Feltrinelli e Boringhieri, la pubblicazione di testi di psichiatria, psicoanalisi e psicoterapia, ha organizzato corsi a livello specialistico, si è occupato della preparazione psicologica di medici e psichiatri. Nel 1965 e nel 1966 vengono organizzate le giornate di studio “La Psicoterapia in Italia” e “La Formazione degli Psichiatri”, nel 1967 viene fondata la rivista “Psicoterapia e Scienze Umane” impegnata in uno sforzo di discussione comune con gli studiosi delle discipline sociali. Il collegamento con forze culturali che operano in campi diversi dalla psichiatria e dalla psicoterapia è sempre stato uno degli obbiettivi permanenti dell’attività del Gruppo (Galli,1973).

Nel 1967 a Wiesbaden, in occasione del VII Congresso Internazionale di Psicoterapia, a riconoscere l’importanza del Gruppo nel panorama nazionale ma anche internazionale della psicoterapia, giunge l’incarico di organizzare l’VIII Congresso Internazionale di Psicoterapia che si terrà a Milano nel 1970.

In conclusione si può affermare che il progetto generale del Gruppo Milanese per lo Sviluppo della Psicoterapia sia << il poter fondare una psichiatria ad orientamento psicoterapico e della necessità di integrare in questa operazione la psicoanalisi con altre discipline delle scienze dell’uomo>> (Melega et altri, 1986 p.345).

Sicuramente un altro Centro molto importante per la diffusione della psicoterapia in Italia fu l’Università Cattolica di Milano. Parlando “degli altri indirizzi di psicoterapia” David afferma che vi sarebbe pure da tener conto dei numerosi psicoterapeuti usciti dall’Università Cattolica (David 1970). Qui padre Gemelli diede vita nel dopoguerra ad una vera e propria “scuola di psicologia” che in letteratura viene indicata come la “scuola cattolica” e nel 1955 istituì, per primo in Italia, la “Scuola di Specializzazione in Psicologia” che tra le altre attività e funzioni, ebbe anche quella di “palestra” per almeno tutta una generazione di psicologi che poi fecero della psicoterapia il loro interesse principale.

Vi era anche in quel periodo un’altra categoria di psicoterapeuti che potremmo definire “autodidatti” mi riferisco << ai numerosi casi di medici eclettici i quali si sono formata una certa pratica psicoanalitica sui testi freudiani, con l’esperienza psichiatrica, insistendo chi sulla narcoanalisi, chi sull’ipnoanalisi, o sulla riscoperta ipnosi, chi sull’analisi esistenziale, sulla Daseinanalyse, ecc. In ogni città un po’ importante vi è oggi qualche psicoanalista di questo genere >> (David 1970 p. 225).

Secondo Francesco Galli, uno degli esponenti di spicco del Gruppo milanese per lo sviluppo della psicoterapia molte attività di tipo terapeutico, verso la metà degli anni 50’, venivano svolte dagli assistenti sociali attraverso le attività del case-work cioè il lavoro sul caso con tecniche psicologiche e il group-work.. Di queste attività, molto spesso, gli psichiatri dei servizi di igiene mentale e degli ospedali psichiatrici non ne conosceva l’esistenza nemmeno sul piano culturale (Galli 1986, psicoanalidi psicoterapia nei primi anni sessanta in Italia).

Gli anni del dopoguerra, tutti gli anni 50’ e i primissimi anni 60’, furono per lo sviluppo della psicoterapia in Italia gli anni della semina in cui si era formata la prima generazione di analisti in un clima di <<famiglia allargata>> che non era improntato a modelli di formazione standard prestabiliti (Trasforini, 1991)

Un aspetto comune era quello di andare all’estero per formarsi, fatto questo che dava agli interessati una certa importanza scientifico-professionale e un certo prestigio personale una volta rientrati in Italia. I paesi stranieri che rappresentavano le mete più ambite erano Svizzera, Inghilterra e Francia. Questo fenomeno rappresentò, tra l’altro, il reinserimento dell’Italia nell’ambito degli scambi culturali e scientifici internazionali ( vedi Trasforini 1991,pp. 49 e 52; anche David 1970 p.241).

Nel 1962 viene fondata la Società di Psicoterapia Medica come è una Sezione all’interno della Società Italiana di Psichiatria. Via via vi furono sempre più adesioni e nel 1968 la sezione conterà al suo interno circa un centinaio di psichiatri. Questo evento rappresenta il fatto che è proprio negli anni sessanta che la psicoterapia comincia a inserirsi all’interno dagli ambienti scientifico- accademici ufficiali come era quello della psichiatria italiana che aveva mantenuto fino ad allora, tranne alcune eccezione, una posizione eminentemente organicista ruguardo alle cause e alle cure delle malattiementali.

Note:

1. Per una analisi dettagliata della diffusione della psicoterapia Junghiana ma anche della psicologia analitica in generale si rimanda alla dettagliata opera di Aldo Carotenuto, Jung e la cultura italiana, Roma Astrolabio del 1977.

2. Negli Stati Uniti un gruppo di psicologi nel 1919 in contrasto con l’A.P.A. American Psychologial Association avevano fondato A.A.C.P. American Association of Clinical Psychology. Nel 1937 i vari contrasti vengono risolti e così si assiste allo scioglimento dell’ A.A.C.P. e alla fondazione della Clinical Section all’interno dell’ A.P.A.. In Italia la sezione clinica della SIPs nasce intorno al 1980 cioè più di 40 anni dopo.

2.  Secondo periodo

Dalla metà degli anni 60’ alla metà degli anni 70’.

Tenendo sempre ben presente la arbitrarietà di una suddivisione per periodi della storia che stiamo trattando, come se esistessero delle soluzioni di continuità tra una fase e l’altra, riteniamo che tutta una serie di eventi la caratterizzano e la distinguono dai momenti immediatamenteprecedenti.

Questi avvenimenti si caratterizzarono per aver impostato una apertura e un ampliamento del patrimonio tecnico, scientifico e culturale della psicoterapia italiana, quindi se ne registra adesso un aumento di tipo qualitativo ma anche quantitativo.

A tutto ciò hanno contribuito:

  • una operazione editoriale senza precedenti di testi riguardanti la psicoterapia anche con la nascita di collane specializzate
  • la diffusione della terapia del comportamento
  • lo sviluppo della terapia della
  • la diffusione delle tecniche e delle psicoterapie di gruppo
  • la istituzione dei due primi Corsi di Laurea in Psicologia

2.1 Il boom dell’editoria specializzata sullapsicoterapia

Le pubblicazioni precedente agli anni sessanta non erano state dettate da una programmazione razionale e da un progetto editoriale ben definito ma da scelte occasionali. E’ con gli anni 60’ che si assiste alla realizzazione e al lancio di vere e proprie collane editoriali specializzate in temi di psicoterapia e che soprattutto non si interessano solo di autori, per così dire, classici come Freud e Jung ma che sono interessati invece alle “novità”. E questo il caso della collana curata da Pier Francesco Galli ed edita da Feltrinelli “Biblioteca di Psichiatria e Psicologia clinica” che, anche se nata alla fine degli anni cinquanta, attraverso la pubblicazione di testi classici e dal 62’ di testi sulla teoria interpersonale della psichiatria avviava la diffusione di una nuova prospettiva psicoterapeutica (Trasforini 1991,p., 51; David 1970 p.239). Sempre ad opera di Pier Francesco Galli nasce per le edizioni Bollati Boringhieri la collana “Programma di psicologia, psichiatria,psicoterapia”.

Al 1967 risale l’edizione italiana in 12 volumi delle Opere di Freud, diretta da Cesare Musatti presso Boringhieri. A questo periodo risale le prime pubblicazioni e traduzioni delle opere K. Jaspers 1964 e di L. Binswanger 1970, di R. Laing 1969 con le quali si diffonde la prospettiva fenomenologico-esistenziale in Psichiatria.

2.2 La diffusione della Terapia del Comportamento

L’introduzione in Italia della Terapia del Comportamento risale al 1965 quando, in occasione del XV Congresso della Società Italiana di Neurologia tenutosi a Salice Terme (Pv) E. Arian, uno psichiatra torinese, presenta una ampia rassegna delle prospettive terapeutiche derivate dai riflessi condizionati e un lungo excursus alla illustrazione della Behavior Therapy e dei suoi metodi. In un altro congresso tenuto nel 1968 a Milano il “I Congresso internazionale sull’attività nervosa superiore” viene presentata la applicazione della “desensibilizzazione sistematica” nel trattamento di diversi disturbi e ancora a Milano nel 1970 al Congresso di psichiatria e neurologia di lingua francese G.F. Goldwurm illustra il tema “Le terapie di decondizionamento nelle nevrosi” (E. Sanavio 1991. Psicoterapia cognitiva e comportamentale. Roma, la Nuova Italia Scientifica).

E’ comunque negli anni 70’ che si assiste alla reale diffusione della Terapia del Comportamento nel nostro paese. I primi ad utilizzare questo modello teorico-clinico furono alcuni psichiatri della Clinica psichiatrica dell’università di Roma.

Questo stesso gruppo costituirà nel 1972, sempre a Roma la “Società Italiana di Terapia Comportamentale” (SITC) il cui primo presidente diventa Vittorio Guidano (L: Cionini 1991. Psicoterapia cognitiva. Roma, la Nuova Italia Scientifica). Lo sviluppo continuerà3per tutti gli anni 70’che vedranno lo svilupparsi di un notevole lavoro epistemologico-culturale, ma anche istituzionale, degli studiosi italiani interessati i quali organizzano in questo periodo numerosi convegni, seminari, stage4.

Nel 1977 si costituisce a Roma la Società italiana di biofeedback (SIB) e ancora nel 1977 viene costituita a Verona la Associazione Italiana di Analisi e Modificazione del Comportamento (AIMAC). Due anni più tardi, nel 1979, verrà pubblicato il “Giornale italiano di Analisi e Modificazione del Comportamento” che è la rivista ufficiale della AIMAC. Nel 1980 viene organizzato il I Congresso Nazionale.

Nel mondo psichiatrico italiano la Terapia del Comportamento avrà, negli anni 70’ due poli principali una a Milano e uno a Roma. Gli interessi teorici e clinici prevalenti del polo Milanese che faceva capo a Gian Franco Goldwurm, sono quelli delle psicosi e della psicoterapia nel contesto istituzionale. La pratica della psicoterapia in ambito privato costituisce invece uno dei principali interessi del polo romano di cui fanno parte Stefania Borgo, Gabriele Chiari, Vittorio Guidano, Giovanni Liotti, Roberto Mosticoni, Mario Reda, Lucio Sibilia (E. Sanavio 1991).

Per avere un indicatore della penetrazione della Terapia del Comportamento nel panorama della psicoterapia nazionale si può prendere in considerazione il numero di psicoterapeuti che aderiscono alle società relative. Alla metà degli anni 80’, secondo Ezio Sanavio gli psicoterapeuti comportamentali italiani, che fanno riferimento alle tre società esistenti in Italia, sono circa 400. Accanto a questi si possono considerare circa 600 tra psicologi clinici e psichiatri che, pur non essendo dei veri e propri terapeuti comportamentali, mostrano interesse per questo approccioteorico-clinico.

Una caratteristica della Terapia del Comportamento, inserita nello scenario della psicoterapia italiana, è quella di essere di derivazione americana5e di essere nata e di aver trovato una rapida diffusione anche come antagonista del modello di psicoterapia fino ad allora dominante, la psicoanalisi, verso la quale già nel secondo dopoguerra erano state mosse critiche sia alla sua limitata applicabilità sia anche all’insieme del suo corpus teorico-epistemologico (J. Wolpe 1981; Garfield 1981).

2.3 La Terapia Familiare

L’altro evento, come abbiamo già detto, che contribuisce negli anni 60’ ad “allargare i confini” della psicoterapia italiana è l’avvio, a Milano, delle ricerche che porteranno alla nascita e alla diffusione della Terapia Familiare. Protagonista principale di questa storia è Mara Selvini Palazzoli di formazione psicoanalitica ma che aveva prestato una attenzione particolare alle teorie cliniche che prendevano particolarmente in considerazione paziente-terapeuta e ad autori come Frieda Fromm-Reichmann ed Harry Stack Sullivan. La Palazzoli, che dal 1965 era docente alla scuola di specializzazione in psicologia della università cattolica di Milano, fonda nel 1967 il “Centro per lo Studio della Famiglia” dando così il via alla sperimentazione della Terapia della Famiglia6. Il Centro è

era composto da una equipe di cui facevano parte Severino Rusconi, Simona Tacconi, Gabriele Chistani, Luigi Boscolo, Paolo Ferraresi, Giuliana Prata e Gianfranco Cecchin. Tutti hanno alle spalle una prolungata ed approfondita formazione psicoanalitica fatta in Svizzera o negli USA. A livello epistemologico l’equipe si fonda sulla sperimentazione ed è improntata alla “filosofia” della ricerca-intervento e avrà come riferimenti teorici principali ancora la psicoanalisi ma soprattutto la teoria dellacomunicazione.

Questo “clima” durerà fino alla fine del 1971 quando questo gruppo si scioglierà e verrà costituita una nuova equipe Formata dalla Palazzoli, Luigi Boscolo, Gianfranco Cecchin e Giuliana Prata. Essa avrà vita fino al 1978 e rispetto a quella precedente prenta soprattutto il completo superamento della psicoanalisi come riferimento teorico principale essendosi ormai esclusivamente interessata alla applicazione della teoria dei sistemi nello studio e negli interventi sulla famiglia. Anche la Scuola di Palo alto Costituirà un punto di riferimento.

Intanto nel 1975 veniva Organizzato il Congresso di Terapia Familiare a Lovanio e nel 1977 vide il suo esordio la rivista “Terapia Familiare” che veniva a costituire finalmente uno spazio autonomo per le pubblicazioni delsettore.

Dal 1979 si sviluppa gradualmente una separazione di Selvini e Prata da Boscolo e Cecchin fino ad arrivare al 1980 quando vennero sospese tutte le ricerche condotte insieme. Nonostante ciò in Italia e nel mondo si continuava a Parlare del “Gruppo di Milano” (Milan Team) a testimonianza dell’importanza di livello internazionale del lavoro svolto. Ma ormai si trattava di una esperienza conclusa e la separazione ufficiciale fu sancita pubblicamente nel 1982 e a Settembre la palazzoli insieme ad altri collaboratori fonda il “Nuovo Centro per lo Studio dellaFamiglia”.

Oltre a questo gruppo milanese si può dire che in Italia, dalla fine degli anni 70’ in poi, si è assistito al boom della Terapia Familiare con il proliferaredi tutta una serie di “scuole” (Matteo Selvini, 1985). Anche questo approccio terapeutico per una contrapposizione con quello psicoanalitico partendo da un iniziale ampliamento e superamento teorico (assando da una impostazione individuale dell’intervento una che prendeva in considerazione il “gruppo naturale” della famiglia) fino ad arrivare ad una vera e propria rottura epistemologica con l’adozione della teoria dei sistemi come substrato teorico di riferimento.

2.4 La diffusione delle tecniche e delle psicoterapie di gruppo 

L’interesse per la Psicoterapia di Gruppo in Italia nasce e si svilupperà sempre più intensamente sin dai primissimi anni 60’. Le prime esperienze terapeutiche di gruppo di gruppo si avranno nelle istituzioni soprattutto negli ospedali psichiatrici e negli istituti di rieducazione. In campo industriale cominciano a diffondersi anche le esperienze di t-group (G. Badolato,M. G. Di Iullo1979).

Nel 1961 Enzo Spaltro pubblica il libro “Il gruppo e la psicoterapia di gruppo. Dinamismi mentali normali e patologici” dando via così a tutta una serie di eventi che percorreranno tutti gli anni 60. Infatti sempre lo stesso Spaltro organizza a Milano nel 1963 il “III congresso Internazionale di Psicoterapia di Gruppo”. Nel 1964 a Como si tiene il II Congresso Nazionale di Psicoterapia di Gruppo i cui atti verranno pubblicati nella serie “Quaderni internazionali di tecniche di gruppo” pubblicati da AIPG Associazione Italiana Psicoterapia di Gruppo. Lo scopo di questo congresso era quello di passare in rassegna lo stato della psicoterapia di gruppo e delle tecniche di gruppo in Italia. Infatti esso si rivelò “ un lungo ripetuto interrogativo, cui il tempo successivo più che le discussioni svoltesi, dovevano poi dare una risposta”. Quindi a questo punto la diffusione della psicoterapia di gruppo era ancora tutta proiettata nelfuturo.

Molte iniziative in questo settore si ebbero in ambiente psicoanalitico. Infatti nel 1968, a Roma, Fabrizio Napolitani promuove la prima comunità terapeutica di gruppo. A Milano Diego Napolitani, che ha introdotto in Italia gli elementi teorici bioniani nella pratica psicoterapeutica di gruppo, insieme ad alcuni operatori che si preparavano alla terapia di gruppo, dà vita alla SGAI Società Gruppoanalitica Italiana. Nel 1969 F. Corrao, direttore della rivista “gruppo e funzione analitica” avvia le esperienze che porteranno alla nascita del CRG Centro Ricerche di Gruppo.

Negli anni settanta la prospettiva gruppale in psicoanalisi prende sempre più piede e così P. Perrotti fonda la SIPG Società Italiana di Psicoterapia di Gruppo e la rivista “Quadrangolo”. In questo periodo nasce anche la rivista “Quaderni di psicoterapia di gruppo” diretta da S. Resnik. L. Ancona che insieme a E. Spaltro R. Carli G. Trentini e F. Vanni si fa promotore della dimensione   del   gruppo   presso   l’università,   fonda   la   Società   Italiana   di Psicoterapia Analitica dei Gruppi ( S. VegettiFinzi).

Tutta questa serie di società, di centri e associazioni che in qualche modo si propongono di promuovere la psicoterapia di gruppo possono essere viste come il fatto che ormai negli anni settanta questo approccio non è più un proposito da realizzare, come era possibile definirlo nel 1964 a Como al II Congresso Nazionale di Psicoterapia di Gruppo, ma una realtà operante, con delle “istituzioni” attive e in forteespansione.

Inoltre, secondo Badolato e Di Iullo, che scrivevano nel 1979 la rassegna italiana più completa sulle diverse tipologie gruppi , si diffondevano in quel periodo anche le terapie di gruppo, da loro definite “non tradizionali”, quali quelle della Gestalt, dell’Encounter e dell’Analisi Transazionale.

2.5 La istituzione dei due primi Corsi di Laurea in Psicologia

Questo ultimo quinto evento che prendiamo in considerazione, non condizionò direttamente lo sviluppo della psicoterapia. Esso è stato un condizionamento indiretto anche se molto consistente e determinante per la fisionomia che questo settore professionale ha assunto via via in Italia.

Gli psicologi italiani erano nel secondo dopoguerra “ridotti al lumicino” ma rapidamente acquistarono sempre più consistenza numerica e identità scientifico-culturale e professionale (Luccio R (1978-79). Breve storia della psicologia italiana. Psicologia contemporanea 5,25,43-45/ 5,26,43-46/ 5,27,48- 50/ 5,28,37-39/ 5,29,45-47/ 6,31,49-52.

Pertanto si sentì, durante gli anni 60’ la esigenza di fondare una Facoltà di Psicologia che soddisfacesse le esigenze formative e scientifiche degli psicologi anche nell’obbiettivo di modernizzare l’Italia che rispetto agli altri paesi europei avanzati era ancora l’unica a non avere una facoltà di tale genere. Fu così che grazie agli sforzi di Padre Ernesto Valentini si arrivò al 1971 alla istituzione del corso di laurea in psicologia a Roma. Nello stesso anno se ne istituì uno anche a Padova.

In questi corsi di laurea era previsto tra gli altri un indirizzo applicativo, che avrebbe dovuto garantire la formazione a quegli psicologi che si sarebbero dedicati alla applicazione a livello professionale della psicologia nei più svariati settori di intervento. Per una serie di motivi di ordine storico-culturale7questi propositi sono stati disattesi. Conseguenza di queste carenze formative è stata, presso i giovani studenti, la mancata costituzione di una saldai dentità professionale psicologica alla quale gli stessi hanno sopperito cercando di sviluppare una identità di psicoterapueta il che non ha fatto altro che creare una forte domanda di formazione in psicoterapia. Questo ha portato di conseguenza anche all’aumento dell’offerta di formazione in psicoterapia, facendo nascere moltissimi istituti, centri e associazioni che si occupano di psicoterapia e del suo insegnamento e che hanno come utenti maggiormente i laureati in psicologia. In questo senso indiretto la fondazione dei due corsi di laurea ha avuto una influenza sullo sviluppo della psicoterapia in Italia (Favretto G., Majer V. 1990) Favretto G., Majer V. a cura di, (1990). Laurearsi in psicologia: 10 anni di ricerca sui laureati in psicologia a Padova. Angeli, Milano).

Note:

3. Anche negli anni 80 la terapia del comportamento avra ulteriori sviluppi sia in senso istituzionale sia in senso teorico epistemologico. Infatti, in un primo momento, la SITC muta denominazione diventando SITCC Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva. Più tardi, nel 1986, a Roma verrà costituita la AIPTCC Associazione Italiana di Psicologia e Terapia Cognitivo-Comportamentale.

4. L’avvenuto inserimento della terapia del comportamento è sancita anche dal fatto che una sessione del 17° Congresso della Società Italiana di Psicologia (SIPS) è dedicata all’approccio comportamentista.

5. Questa è in realtà una caratteristica comune a molti approcci psicoterapeutici che si diffonderanno nel nostro paese in questo stesso periodo. Citiamo, ad esempio, la “Analisi Transazionale” di Eric Berne , la “Terapia della Gestalt” di Perls e la “Terapia centrata sul cliente” di Rogers.

6. Sempre nello stesso anno la Palazzoli pubblica l’articolo dal titolo “La prima seduta di una terapia familiare congiunta” in sulla rivista Psicoterapia e Scienze Umane, n. 4, 1967.

7. Per un approfondimento del tema si veda: Lombardo G.P. 1990).  Le implicazioni istituzionali e scientifico-culturali nel processo definitorio del ruolo dello psicologo: brevi note di storia delle idee. Storia della psicologia,2,1; Carli R., Cecchini M., Lombardo G.P., Stampa P. ( 1995). Psicologi e psicoterapia: oltre la siepe. Franco Angeli , Milano; Carli R (1991). Psicologia clinica e psicoterapia: dal consenso al controsenso nel progetto formativo. Rivista di psicologia clinica N1.

3. Conclusioni

Considerando che, in Italia, nel dopoguerra, la psicoterapia era quasi assente e che, negli ambienti scientifici e universitari, era predominante un orientamento organicista, sia delle cause ma soprattutto della terapia dei disturbi psichici, non sembra fuori luogo affermare che essa ha avuto un rapido sviluppo e una ampiadiffusione.

Partendo dai timidi accenni dell’immediato dopoguerra e degli anni ’50 si giunge agli anni ’60 periodo di grande fervore e di “incubazione” di una serie di eventi che avranno la luce negli anni ’70 che hanno visto la vera e propria affermazione della psicoterapia.

Grazie ad alcuni gruppi di studiosi e ad alcuni eventi storico-politici, la psicoterapia si diffuse e si inserì stabilmente nel panorama scientifico e culturale del nostro paese.

Tuttavia si può osservare che la diffusione culturale della psicoterapia in Italia è stata informale, legata a piccoli gruppi separati, a basso livello di istituzionalizzazione e con decisi tratti di spontaneismo.

Secondo David (1970), a causa organicismo dominante negli ambienti scientifici, l’evoluzione verso una maggiore consapevolezza della psicoterapia, nel nostro paese, si è fatta soprattutto sotto la spinta della scienza straniera.

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Pubblicato sulla rivista Attualità in psicologia, vol. 15, n°1

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